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Sebastian Chan, l’uomo che rivoluziona l’arte con una penna Usb

L’australiano Sebastian Chan ha ristrutturato il Cooper Hewitt di New York con l’uso della rete e di chiavette Usb, ora gira il mondo per presentare i suoi musei interattivi


Non è questione di tecnologia, non solo. Nella mia visione i devices sono degli strumenti per garantire un’esperienza migliore agli utenti”. Esordisce così Sebastian Chan dai tavolini di un bar di Brera. Non a caso né lui, né altri membri del suo staff, hanno un background da informatici, ma sono cresciuti tra le forme d’arte tradizionali. Eppure oggi il Design Cooper Hewitt Museum di New York, di cui Sebastian ha curato la nuova veste, rappresenta un salto nel futuro delle esposizioni.

Sebastian, 41enne australiano, ha iniziato a farsi conoscere tramite il lavoro al Powerhouse Museum a Sydney, di cui ha curato le strategie di condivisione su piattaforme Open Access e Creative Commons. Dal 2011 si è trasferito negli Stati Uniti e ha rivoluzionato le possibilità di fruizione delle decine di migliaia di oggetti di design che compongono la collezione della galleria. Chan oggi gira il mondo per spiegare come valorizzare e rendere realmente interattivo un museo, passando anche all’Accademia di Brera per un incontro con studenti e addetti ai lavori organizzato dalla casa editrice Johan & Levi.

Il Cooper Hewitt Museum fu chiuso nel 2011 e ha riaperto a fine 2014“, spiega: “In questo lasso di tempo lo abbiamo ripensato da capo, a partire dal concetto di investimento. Il visitatore è disposto a dedicare all’arte tempo, soldi e concentrazione, ma non va deluso. Il coinvolgimento del pubblico deve iniziare prima che varchi l’ingresso e deve terminare una volta a casa, solo così potrà dirsi completo. Siamo partiti dal presupposto che tutto ciò che c’è tra le quattro mura del museo debba essere fruibile anche sul web. Così, una volta all’interno della struttura, l’utente è portato a fare lavorare i propri sensi e apprezza la presenza fisica. In alcun modo la facilità di contatto di Skype rende superfluo i tete-à-tete”.

Il Cooper Hewitt 2.0 non ha nulla di rivoluzionario da un punto di vista tecnologico, Chan lo ripete più volte. Tutto ciò che è servito per rendere il museo un caso di studio è un sito ricco di informazioni, costantemente aggiornato e responsive. Una piattaforma che rende superfluo il varo di una app dedicata, a cui è affiancata una comunissima penna Usb. La memoria esterna, progettata dagli sviluppatori della galleria newyorkese, è fornita a tutti i visitatori e serve a  scaricare informazioni, oltre che interagire con gli hardware presenti nelle sale. Basta posare la penna sulle didascalie e si accede agli approfondimenti su opere e autori, che sono salvati su un dominio dedicato.

In questo modo le stampe e i disegni del filantropo Peter Cooper sono disponibili anche a casa, in ogni istante. “La pendrive è una tecnologia vecchia e semplice, ma fa alla grande il suo dovere” dice Sebastian Chan.

Nel museo newyorkese si possono apprezzare le performance di stampanti 3D e di robot specializzati e vivere l’esperienza della Immersion Room, che proietta sui muri le celebri carte da parati della collezione. Ma non è di questo che Chan preferisce parlare.

Le tecnologie sono in continua evoluzione – dice – a breve avremo siti più funzionali e un giorno la penna sarà rottamata. La cosa fondamentale è che le infrastrutture, quali esse siano, aumentino le possibilità di godere l’esperienza artistica. Siccome tutti hanno uno smartphone in tasca non si può prescindere da un potenziamento del Digital, per il resto non credo negli schemi fissi.
Ogni museo ha i suoi bisogni e le sue specificità, ma l’ambizione di migliorare in modo integrato la fruizione del proprio pubblico dovrebbe essere universale. Vale anche per l’Italia, che vanta collezioni straordinarie: vorrei che, anche grazie alla rete, il mondo capisse il valore di questo tesoro e sentisse l’esigenza di proteggerlo”.

(Fonte)

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